La nascita di una destinazione turistica: ricostruzione di un processo
La scoperta della Sardegna come meta turistica, iniziata nel primo Novecento, è stata una scoperta graduale, che nel giro di qualche decennio ha condotto dai primi viaggi on the road in solitaria alla presenza massiccia di visitatori stagionali, spesso affezionati, che popolano durante i mesi estivi le coste dell’isola. Una scoperta lenta, le cui tappe sono state scandite dalle peculiarità del luogo – una terra aspra, abitata da una popolazione per sua natura schiva e mite – e da alcuni passaggi necessari volti a migliorare l’offerta ricettiva a livello di infrastrutture, di sanità e di servizi.
Se, quindi, nel, 1965 due inchieste – pubblicate sulle Vie d’Italia a distanza di pochi mesi l’una dall’altra – incalzano nei titoli il concetto di una rinascita dell’isola, la documentazione conservata in archivio consente di approfondire questo graduale percorso che ha portato alla nascita di una destinazione turistica ancora oggi fra le più amate dai turisti italiani e internazionali.
Una tappa importante di questo percorso è stata la riforma agraria voluta, a partire dal 1951, dall’Eftas, l’Ente per la Trasformazione Fondiaria e Agraria in Sardegna, il cui obiettivo principale era quello di migliorare le condizioni di vita degli agricoltori attraverso una campagna di assegnazione di poderi e quote, di bonifiche e di utilizzo di mezzi tecnologici all’avanguardia.
Un provvedimento che ha poco a che fare con il turismo, ma indispensabile per migliorare le condizioni di vita degli abitanti dell’isola. Effetto diretto della riforma fu, infatti, la costruzione di case coloniche che popolarono soprattutto l’entroterra e che resero indispensabile l’istituzione di alcune strutture collaterali necessarie alla vita di comunità: asili, scuole, centri sociali, acquedotti, ambulatori medici e altri servizi.
Anche l’istituzione di colonie penali agricole, di cui raccontava già un articolo apparso sulle Vie d’Italia nel 1918 con la firma di Luigi Vittorio Bertarelli, è da ascriversi in questo contesto di trasformazione agraria e sociale dell’isola.
Era fondamentale, inoltre, attuare ogni possibile provvedimento per debellare una piaga che affliggeva l’isola fra il 1946 e il 1952: la malaria. Diverse fotografie conservate in archivio documentano gli espedienti messi in atto, descritti anche in alcuni articoli pubblicati sulle Vie d’Italia.